L’India come avamposto dell’aldilà

Il fiume Gange scorre, guida, purifica. Il Ganga, come viene chiamato dagli autoctoni, rappresenta la porta per l’aldilà per tutti gli induisti. E’ un fiume lungo più di 2500 chilometri, con le sorgenti sull’Himalaya e le sue acque, torbide, giallognole a causa della macerazione delle alghe che popolano il fondale così poco profondo. Secondo il credo degli induisti praticanti attraverso il letto del fiume sacro ci si purifica. Esseri umani e animali vi si immergono senza tener conto dell’elevato rischio che questo atto può portare. Infatti è considerato uno dei fiumi più inquinato al mondo in termini biologi, chimici ed epidemiologici. Sono in molti gli induisti che giungono da ogni parte dell’ India, percorrendo migliaia di chilometri per berne l’acqua convinti che l’anima ne tragga benefici spirituali quando quest’ultima, in punto di morte salirà in cielo sottraendosi alla reincarnazione fino al cosiddetto paradiso di Shiva, situato secondo le credenze sul monte Kailasa. Sulle sue rive a Varanasi, molte scalinate, dette “ghats”, sono affollate di induisti pronti a fare il bagno purificatore, una sorta di battesimo che secondo la religione locale espia i peccati e libera il corpo dal maligno. Il tutto avviene con una cornice colorata di abiti variopinti stesi al sole ad asciugarsi. Quelli che i locali chiamano i “traghettatori di anime” accompagnano le persone da una riva all’altra del Ganga, appassionando credenti e turisti con una serie di racconti fantastici, leggende e storie che traggono spunto da scenari di vita e storia reale.

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Sono circa 200 i corpi che vengono purificati e cremati ogni giorno accompagnati da incensi ed odori che al tramonto contribuiscono a rendere sempre più mistico lo sfondo ed renderlo scevro dall’ alone macabro che altrimenti si presenterebbe. Come nei santuari occidentali dove per la benedizione ci si dispone in fila, anche in oriente lungo le sponde della purificazione si ha la stessa percezione, quasi la smania di un posto d’ onore nell’ aldilà. Per la religione induista, morire a Varanasi, forse la città più sacra dell’India, dà la salvezza alle prossime esistenze materiali. E proprio i “caronti” delle anime narrano di persone che rimasero anni ad aspettare di morire proprio sulle rive del Gange, trascorrendo le proprie giornate facendo continue immersioni nel fiume, presi da una sorta di pellegrinaggio che li spingeva a visitare i templi ed i luoghi sacri della città pieni come le nostri luoghi di culto di iconografie sacre di ogni genere, raffiguranti divinità. Il culmine della spettacolarità, pervasa da forte senso mistico, viene raggiunto al calar del sole, quando i corpi vengono gramati su degli altari in legno. Le scintille vanno verso il cielo, quasi ad accompagnare l’ anima nell’ aldilà. I tizzoni sfavillanti e scoppiettanti sembrano dar vita a corpi che ormai ne sono privi, conferendo maestosità e commozione negli sguardi dei presenti riuniti in preghiera. I corpi, purificati e lavati nel fiume vengono ricoperti da teli colorati e collocati col volto verso Calcutta, al delta del Gange. I parenti rigorosamente maschi, assistono al rito della cremazione. Le donne non sono ammesse a partecipare ma possono assistervi solo da lontano. I neonati non vengono cremati ne purificati in quanto considerati già puri. Nemmeno i morti per malattie, come ad esempio il vaiolo e per i morsi di serpenti velenosi possono essere cremati. Costoro vengono lasciati in fondo del Ganga appesantiti da peso spesso legato alla caviglia. Anche in oriente la sontuosità del “funerale” varia in base al ceto sociale a cui si appartiene: il ricco viene cremato con abbondante legna di prima qualità, mentre l’appartenente ad una casta meno abbiente con un’ esigua quantità di legname spesso nemmeno sufficiente a portare a termine la cremazione.

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La notte molti curiosi si riversano nel Dasaswamedh Ghat, dove si svolge la “puja”, la cosiddetta preghiera serale: si tratta di una cerimonia che si svolge in due momenti, all’alba e al tramonto. Qui cinque sacerdoti si posizionano su altrettanti “pulpiti” e fanno un’offerta di luce al Gange sferzando lampade ed incensieri profumati. Queste tradizioni affondano le loro radici in più di 2000 anni di storia. Secondo il libro Kashi Kanda, proprio a Varanasi “abita” ed aleggia il “pneuma” del dio Shiva, Visnu e degli altri semidei, venerati dagli induisti. Il testo narra inoltre, che solo chi muore a Varanasi verrà” perdonato” dei suoi peccati e vivrà nell’eternità. I racconti religiosi descrivono il dio Shiva sussurrare il mantra della liberazione nell’ orecchio di chi decide di morire a Varanasi.

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Il rito funebre ed il culto dei morti dei varanesi attraggono moltissimi turisti stranieri, che osservano e si appassionano alla spiritualità orientale. Un viaggio unico nel proprio genere dove il confronto tra le culture è d’ obbligo. E’ senza dubbio la città con usanze più singolari ed originali dell’India. In molti non perdono l’occasione di vivere la sacralità di questo luogo e decidono di includere la destinazione nel proprio itinerario di viaggio. Quando i visitatori si fermano ad assistere alla purificazione dei corpi, si può contare su guide locali molto esperte che spiegano le varie fasi del rito e raccontano leggende avvincenti e pregne si senso mistico. L’ ospitalità forse lascia un po’ a desiderare. L’unica struttura ricettiva presente nelle vicinanze è un hotel fatiscente posto vicino alle pile di legna. Qui la tariffa dell’ albergo viene “tramutata” in una donazione con tariffario. Sembra quasi che il business occidentale legato alla morte abbia contagiato anche il sacro oriente. Da noi ormai non ci si fa nemmeno più caso. Assistiamo e vediamo spot commerciali e pubblicità di ogni genere dove addirittura le ceneri della cremazione diventano diamante da mettere al dito. Ma rimane comune ai due mondi il senso ed il concetto della morte; tutto si ferma e finisce su questa terra. La vita eterna inizia nell’ aldilà.

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