L’India in Italia attraverso Firenze

L’obiettivo è quello di promuovere il cinema Indiano tutto” dice Selvaggia Velo, direttrice del Festival

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Firenze– L’Italia si sta aprendo al cinema indiano e con ‘River to River’, il festival del cinema indiano che si svolge a Firenze da 15 anni a dicembre, dove la cultura indiana viene promossa attraverso la proiezione di film indiani e sull’India, viene la conferma.

Selvaggia Velo è l’ideatrice e la responsabile del Festival. Ho studiato a Firenze lettere con indirizzo musica e spettacolo, poi al Dams di Bologna, laureandomi con la tesi in drammaturgia. Ho sempre amato il cinema, che ora è diventato il mio lavoro, pur non avendo studiato nulla a riguardo, ma solo facendo esperienza diretta sul campoci racconta Selvaggia. “Sono stata in India per la prima volta più di 20 anni fa con la mia famigliaNel 1998, ci dice Selvaggia, “ho organizzato una mostra ‘I manifesti del cinema indiano’ a Firenze: erano grandi manifesti 6×3 dipinti a mano su tela”.
Nell’estate del 1999, durante gli eventi dell’estate fiorentina di quell’anno, la giovane fiorentina trovò “il budget per ospitare i pittori di quei manifesti a Firenze. Vennero e fecero un liveshow in cui dipinsero dei film italiani per essere riconosciuti dai più sempre su manifesti 6×3. Sotto la direzione dell’Estate fiorentina di Sergio Staino, un illustratore molto conosciuto. Per l’occasione un ristorante indiano fece da mangiare e proiettammo un film indiano in VHSNel 2000 “decisi di organizzare un festival di cinema indiano, che non esisteva nel mondo”. Nel 2001 nacque “la prima edizione di River to River, con l’idea di unire l’India, il cinema e di dedicargli un festival”.

Come ha iniziato a creare il festival River to River a Firenze?

Da subito mi misi in contatto con l’Ambasciata Indiana, creai un catalogo in modo che rimanesse traccia dell’evento, invitai un regista per avere una testimonianza e creare un rapporto più stretto col pubblico. Così creai qualcosa di nuovo in modo del tutto spontaneo e senza alcuna esperienza. Ma la voglia e la passione erano molto forti e mi spingevano là dove il ‘saper fare’ non arrivava. Negli anni il Festival è cresciuto. C’è un workingplan dietro, vuole promuovere un cinema di qualità. C’è una mission. River to River, quindi dall’Arno al Gange. Il fluire del cinema, della cultura, delle idee da un luogo all’altro. L’idea dell’acqua, importante per gli indiani, ma anche per i fiorentini ovviamente, perché l’Arno è un punto di riferimento fondamentale. Siamo arrivati alla 16° edizione, che si svolgerà a dicembre.

L’obiettivo ultimo di River to River? 

L’obiettivo è quello di promuovere il cinema indiano tutto. Da un film rurale, che si svolge in una metropoli, ad un film di Bollywood, ma il tutto di qualità. Quindi un India a 360°. Proiettiamo cortometraggi, lungometraggi e documentari.

La rassegna di film come viene selezionata?

Di solito io vado in India una volta l’anno, dove rimango 5 settimane, questo a marzo. Incontro i registi, i produttori, gli attori, vedo film che non sono ancora finiti, poi li rivedo a Cannes, dove magari i film sono proiettati al mercato. Lì ne vedo alcuni che non sono ancora finiti.  Raccolgo i film, ora il festival è conosciuto quindi arrivano in modo spontaneo. Poi c’è un comitato di selezione, che, insieme a me, decide il risultato finale. Siamo attenti alla qualità dei film, degli interpreti e delle tematiche che si raccontano, perché non vogliamo ripetizioni. Per esempio cerchiamo di non duplicare le tematiche già presenti nei corti nei lunghi.

Durante il festival vengono proiettati solo i film oppure ci sono anche eventi collaterali, come per esempio dibattiti, workshop o mostre?
Sì, anche morning-talks, conversazioni mattutine varie sul cinema o sull’India, ci sono mostre fotografiche, corsi di cucina indiana, quindi il cibo indiano per tutta la durata del festival. Quindi sì, ci sono eventi collaterali.

Quante persone lavorano al festival? Sono tutti italiani o anche indiani?

Io ci lavoro tutto l’anno, poi c’è un/una giovane tirocinante che si forma le ossa e che spesso rimane qualche anno come volontario/a. Poi c’è uno staff di volontari, che mi aiutano quando possono. Il Festival ha un piccolo budget, quindi le persone che vengono retribuite sono poche, come per esempio l’ufficio stampa, la traduttrice delle simultanee, chi traduce i sottotitoli, i grafici, che lavorano in vari momenti dell’anno per poi culminare col festival. Sono tutti italiani, perché gli indiani non parlano italiano. Siamo un festival di cinema che ha luogo in Italia, quindi è complicato per la lingua. A volte è successo di avere qualche indiano, ma in linea di massima sono tutti italiani.

Siete in buoni rapporti con altri festival e collaborate? 

Sì. A volte ci è capitato di presentare dei film indiani in altri festival. Da qualche anno a metà gennaio alla cineteca di Bologna e a metà di febbraio allo spazio Oberdan di Milano riproiettiamo i film che hanno vinto il premio del pubblico in un ‘best of’, che sta riscuotendo molto successo. A Bologna abbiamo iniziato a gennaio del 2016. A Milano a febbraio del 2016 è stato il terzo anno consecutivo.

Come vengono ‘divisi’ i film? 
Non per tematiche, ma per categoria, quindi corti, lungometraggi e documentari.
Ci sono delle sezioni particolari, come video-art, animazioni, film di studenti. Poi c’è la retrospettiva, ossia l’omaggio speciale all’ospite che ci sarà quell’anno. Poi può succedere che ci siano delle tematiche, ma non le decidiamo a priori, dipende dal materiale che abbiamo. Se troviamo che qualche film non rientra allora ci inventiamo una sezione ad hoc. È successo un paio di volte, quindi vediamo anno per anno e valutiamo caso per caso.

Qualche anticipazione della prossima edizione?
Abbiamo la nuova grafica che è fantastica. Per quanto riguarda i contenuti è molto presto per parlarne in questo momento.

Ha un desiderio che vorrebbe si realizzasse in merito al festival?
Mi piacerebbe trovare un mecenate che possa aiutarci dal punto di vista finanziario. Le idee. La creatività e i contatti ci sono, ma spesso non si può creare ciò che vorremmo per via della mancanza di fondi. Poi, oltre a questo aspetto pratico, vorrei che il festival diventasse sempre più il luogo dove vedere certi film e che i film indiani uscissero di più al cinema. Per esempio il primo di giugno uscirà nelle sale ‘Masaam’ e noi aiuteremo nella proiezione di questo film. Vorrei che il festival diventasse anche distributore, non solo una vetrina.

Cosa si sentirebbe di dire per sensibilizzare le persone ad avvicinarsi al cinema proposto a River To River?
Il cinema indiano non è solo esotico e kitch, è cinematografia di un altro Paese. Negli altri Paesi europei il cinema indiano esce al cinema, in Home video, doppiato. Noi siamo ancora molto indietro purtroppo.

Pubblicato su L’Indro

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