Il cinema indonesiano secondo Sidi Saleh

“Non pensare troppo ma agire e creare, se quel che si vuol fare è il regista” dice il regista

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Jakarta – Il cinema indonesiano si sta affacciando al panorama internazionale con giovani registi emergenti e tematiche che interessano più attente alla società. Sidi Saleh, regista di Jakarta, fa parte di questa generazione.Sono classe ’79, da una passione ho fatto del cinema il mio lavoro. Ho iniziato la mia carriera subito dopo essermi laureato in cinematografia presso ‘l’ Institute of Arts di Jakarta’. Avevo già iniziato a familiarizzare con gli strumenti del mestiere grazie a mio padre, che negli anni ’70 lavorava come fotografo e videografo, ma nel 2000 mi sono affacciato definitivamente al mondo del cinema entrando a far parte dell’industria. Ho fatto il mio debutto nel 2011 con ‘Full Moon’. Nel 2013 ho partecipato a dei workshops alla Berlinale Talent Campus. Nel 2014 ero in competizione al Clermont Ferrand International Film Festival col mio corto ‘Fitri’. Sempre nel 2014, ho vinto, per la sezione Orizzonti, il miglior cortometraggio alla 71. Mostra Internazionale cinematografica di Venezia col corto ‘Maryam’”.

Avviciniamoci all’industria del cinema indonesiano, cercando di capirne i meccanismi con l’esperienza di Sidi.

Grazie Sidi per concederci un po’ del tuo tempo. Cosa pensi del Festival del Cinema di Venezia? Il fatto di aver vinto col miglior corto nel 2014 ti ha aiutato nel tuo percorso?

Sono venuto due volte a Venezia: la prima nel 2011 e poi nel 2014, quando ho vinto col miglior corto per la sezione Orizzonti. Mi è piaciuta molto la città e il Festival è ben organizzato. Porto con me fantastici ricordi e non posso che essere grato al Festival per questo. Non ho trovato alcun problema nel trovare le sale dei film ed organizzarmi con i vari appuntamenti. Molti giornali indonesiani mi hanno intervistato e hanno scritto su di me, su quanto vinto e ne sono contento. Ho anche avuto modo di incontrare molte persone grazie a Venezia.

È difficile essere un regista giovane in Indonesia? Che rapporto hai con i produttori?

Sì, non è semplice. Bisogna avere molti contatti. Ovviamente è più semplice per chi ha le capacità economiche. Ci sono produttori in Indonesia, ma sto capendo solo ora cosa fanno esattamente. Quando ho iniziato non conoscevo assolutamente questo ruolo del cinema. I produttori spesso sono persone che vogliono far parte del film, avere del credito in esso e ben venga se contribuiscono a trovare i finanziamenti. Al momento sono io il produttore di me stesso. Non è facile farsi strada in quest’industria, c’è competizione, una sola scuola di cinema a Jakarta molto valida. Bisogna fare la differenza e giocare molto sulle conoscenze che si stringono col tempo.

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Cosa pensi del cinema indonesiano e come ti senti di paragonarlo a quello occidentale?

Sono molte le differenze col cinema in occidente, ma quella più lampante che mi viene in mente è che il cinema ‘western’ è sicuramente più avanzato del nostro, come anche quello cinese, coreano ed indiano. Fin da piccolo notavo la diversità. Il cinema nel mio Paese sta crescendo, è ancora immaturo. Non sarebbe male far parte del ‘nuovo cinema’ e contribuire alla sua evoluzione. Per quello che ho appreso dai miei studi e dalla mia esperienza posso dire il cinema indonesiano è iniziato all’inizio del XX secolo con delle opere, per lo più documentari, girati da europei. Kruger fu il primo regista a girare un lungometraggio in indonesia, Lutung Kasarung, nel 1926. I cinesi contribuirono molto allo sviluppo dell’industria cinematografica iniziale, si ricordano Teng Chun e i fratelli Nelson. Usmar Ismail è il più grande regista indonesiano autore della rinascita del cinema nazionale. Tra i suoi lavori Pejoang, del 1960, Crisis, del 1953 e il musical Tigra dara, del 1956. Nuove personalità degne di nota hanno esordito in seguito, come Riri Riza, Marselli Sumarno e Rudi Sudjarwo.

Quali sono le città fulcro del cinema indonesiano? E come definiresti questo business nel tuo Paese?

Oggi il cuore del business del cinema indonesiano si svolge nella capitale, Jakarta. Questo settore non è ancora molto grande e sviluppato, ma spero che molto presto ci saranno cambiamenti importanti. Altre città dove il cinema ha influenza, seppure in maniera nettamente minore, sono: Makassar e Palu nell’isola di Sulawesi e Solo nell’isola di Java.
Dove giri i tuoi film? Puoi dirci su cosa vertono per lo più?

Oltre a Surabaya, nell’isola di Java, giro quasi sempre a Jakarta, mi torna comodo, abitando qui ed è più conveniente. Scrivo di storie che sento molto vicine a me. Parlo quasi sempre di tematiche a sfondo sociale e che interessano la collettività. Mi piace capire perché le persone hanno conflitti tra loro, solamente perché non piace l’attegiamento dell’uno o dell’altro. A volte litigano perché sono differenti. La realtà di Jakarta è costituita da persone dalle mille sfaccettature, che sono poi protagoniste delle mie storie. Inoltre a Jakarta si comunica con molta difficoltà. Prima di rompere il ghiaccio passa molto tempo e nei miei film cerco di mostrare questo aspetto, cercando di colmare quel vuoto che purtroppo si sente nel mio Paese quando si vuole comunicare con le persone. L’unicità indonesiana sta nel fatto che ogni persona si riconosce in base anche a diversi aspetti, tra cui la nazionalità, l’origine e la madre. Come in Belkibolang, l’antologia di corti che ho diretto e prodotto, presentandoli al 13. Far East Film Festival di Udine.

C’è un regista indonesiano che ammiri in modo particolare?

Sì, il suo nome è Arya Kusumadewa e, come me, ha studiato cinema all’ Institute of Arts di Jakarta. Lo definisco uno dei miei senior. È un regista che mi piace molto, perché crea film fuori dal sistema ed alcuni di essi sono in uno stile diverso, particolare dai film indonesiani che conosco. Fa parte di quel cinema ‘indipendente’ che apprezzo molto, ha uno stile tutto suo e trasmette passione nel girare i film e la sento tutta. Tra i suoi lavori vorrei nominare Identitas (2009), Kentut (2011) e Beth (2012). Ci sono registi indonesiani che non sono molto conosciuti e stanno sparendo in Indonesia, non riescono ad essere apprezzati purtroppo, ma io riesco ad apprezzarne il valore in alcuni film. Arya è uno di questi.

Qual è la tua fonte d’ispirazione per i film che giri?

Il mio subconscio mi sta dicendo di fare film. Perché la mia telecamera e il fatto di guardare molti film mi stanno dicendo di intraprendere questa carriera. Non ho idoli particolari, conto solo su me stesso.

Stai lavorando ad un lungometraggio adesso? Puoi darci qualche informazione a riguardo?

Sì, sto lavorando ad un lungo. Si chiama ‘Pai Kau’. Ho iniziato l’anno scorso. Ora, avendo i mezzi per farlo, vorremmo girare nel mese di settembre. È una vendetta di una storia d’amore. La struttura della storia e del background è cinese. Vorrei mostrare una situazione in una cultura, non riguarda un problema sociale collettivo.

Hai un sogno nel cassetto?

Sì, vorrei essere un buon narratore di storie. Ora che ho realizzato e capito la sua funzione, vorrei essere uno dei migliori narratori di storie, uno ‘storyteller’ come si definisce a livello internazionale.

Cosa suggeriresti ai giovani che vorrebbero intraprendere la tua carriera? Assolutamente di cercare di capire in giovane età cosa si vuole fare ‘da grandi’ e chi si vuol diventare, allora si può intraprendere questa strada. Non pensare troppo ma agire e creare, se quel che si vuol fare è il regista. Io ci sto provando, non è semplice ma dà un sacco di gratificazioni veder realizzati piccoli sogni. Non bisogna pensarci troppo, ma fare e mettere in pratica quel che si è imparato e usare l’immaginazione e le proprie idee per realizzare quel che si ha in mente.

Pubblicato da L’Indro

8 comments on “Il cinema indonesiano secondo Sidi SalehAdd yours →

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